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martedì 5 marzo 2013

A cosa servono i sogni (Orhan Pamuk)

Marc Chagall, Il sogno di Lamon e Dryas, 1957
National Gallery of Canada, Ottawa
"I sogni servono a tre cose.
Alif: vuoi una cosa ma non ti permettono neanche di chiederla. Allora dici, l'ho sognato. Così, hai espresso il tuo desiderio senza chiedere.
Ba: vuoi fare qualcosa di cattivo a qualcuno. Per esempio vuoi calunniare qualcuno. Allora dici, ho sognato che la tale signora tradiva il marito, oppure ho sognato che portavano brocche e brocche di vino a quel tal pascià. Così, anche se non ci credono, parte della cattiveria va comunque a segno.
Gim: vuoi una cosa, ma non sai neanche bene quale. Racconti un sogno confuso. Gli altri lo commentano e dicono subito cosa devi chiedere e cosa ti possono dare. Per esempio dicono: tu hai bisogno di un marito, di un bambino di una casa...
Questi sogni non sono affatto cose che sogniamo veramente quando dormiamo. Tutti raccontano sogni fatti di giorno come se li avessero fatti di notte in modo da trarne vantaggio. Solo gli stupidi raccontano i sogni fatti di notte così come sono. Allora, o ti prendono in giro o commentano il tuo sogno come se ci fosse qualcosa di brutto. Invece i sogni veri non vengono presi sul serio da nessuno, neanche da chi li sogna. Voi lo fate forse?"

da 'Il mio nome è rosso' (capitolo ventiseiesimo), Orhan Pamuk

Traduzione di Marta Bertolini e Semsa Gezgin per Einaudi

venerdì 30 novembre 2012

Per le vie di Istanbul (Orhan Pamuk)

Le frasi più belle della letteratura #6:

Levni, Giovane danzatrice, 1710
"Non so se ho camminato sentendo il dolce suono di un liuto o la confusione - che chiamo ricordi e desideri - mi ha indicato una via d'uscita, ma non sopportavo più quell'angoscioso venditore di sottaceti. So solo che se ami una città, la giri molto e dopo anni la tua anima e il tuo corpo arrivano a conoscerla bene, in un momento di tristezza, mentre la neve cade mesta in fiocchi leggeri, le gambe ti portano spontaneamente su una collina che ti è cara.
Così, lasciando il mercato dei Maniscalchi, subito dopo la moschea di Solimano il Magnifico, guardai la neve che cadeva sul Corno d'Oro, i tetti esposti a Nord e gli angoli delle cupole battuti dalla tramontana ne erano già coperti. Le vele di una nave che entrava in città mi salutavano mentre venivano ammainate, erano dello stesso color piombo della superfice del Corno d'Oro. I cipressi e i platani, la vista dei tetti, la tristezza del pomeriggio, le voci che venivano dal quartiere lì sotto, le grida dei venditori e le urla dei bambini che giocavano nel cortile della moschea mi confermavano che d'ora in poi non avrei potuto vivere in un altro luogo. Per un attimo credetti che mi sarebbe apparso davanti agli occhi il viso del mio amore ormai dimenticato da anni.
Scesi giù per il pendio. Mi mescolai alla folla."

da 'Il mio nome è rosso', Orhan Pamuk